Paperino, 80 anni

Estate 1934. La leggenda, o la sua versione, vuole che un autore sconosciuto disegni un nuovo personaggio per il cartone La gallinella saggia. Si chiama Donald Duck, come il protopapero che fece una comparsata due anni prima in un volume annuale inglese disegnato da Wilfred Haughton: ma a parte l’omonimia, il tipo è completamente diverso. Fa così il suo ingresso nelle scene Paperino.
Il personaggio avrebbe potuto condividere la sorte di altri nati durante la ricca golden age dell’animazione americana. Avrebbe potuto seguire la linea classica di qualche film, un paio di tentativi di storie, e poi finire nel dimenticatoio come decine di altri. E invece.

E invece il 16 settembre dello stesso anno debutta in una serie a strisce disegnata dal grande Al Taliaferro, figlio del custode dello studio Disney. La strip è un successo, e fino alla sua morte nel 1969 Taliaferro la manterrà in vita pennellando i tratti più noti del personaggio: blusa da marinaio, irascibilità, tendenza a combinare guai. A questa prima mano si aggiunge la seconda di Floyd Gottfredson, noto soprattutto per aver iniziato la trasformazione di Topolino in un personaggio più sfaccettato, adatto anche a un pubblico adulto. (Nota: nel 1937 sarà la Mondadori a lanciare il primo albo di Paperino, una storia di diciotto pagine di Federico Pedrocchi, inaugurando così la straordinaria lettura italiana del fumetto Disney).
In questa veste, però, Paperino sarebbe potuto restare come un elemento importante ma transitorio, forse troppo bilioso e pasticcione per essere credibile. E invece ha la fortuna di incontrare il suo autentico padre, l’uomo che ne plasmerà la psicologia fino a renderla quell’inconfondibile mix di sfortuna, tenerezza e rabbia: Carl Barks. Questo immenso maestro del mondo Disney — inventore, fra l’altro, del personaggio di Zio Paperone — libera tutte le potenzialità inattese di Paperino, adattandolo alle esigenze dell’adventure story (vedi la seminale L’oro del pirata) così come a quelle della spalla comica o del racconto quotidiano.
Ma soprattutto, Barks umanizza radicalmente il suo personaggio: non più il papero goffamente antropomorfo cui balza il berretto e che inveisce a voce strozzata contro il fato, bensì un individuo medio, buffo, tenero e non privo di una certa amarezza, ma che nulla perde dell’immediatezza degli esordi. La macchietta bidimensionale, il cui unico scopo era quello di provocare una risata facile, incontra la complessità della vita e ne esce rafforzata, acquisendo un orizzonte diverso. Sulle pagine di Four Comics e Walt Disney’s Comics and Stories, Barks edifica dunque una vera e propria commedia umana nel mondo dei paperi. Ed è così che il nostro eroe viene definitivamente consegnato alla storia: senza più ma né invece.

Negli anni, l’evoluzione di Paperino prosegue. Certo, il tema della sfortuna rimane come l’asse principale su cui ruotano le storie del papero: ma ad esso si affianca una straordinaria quantità di variazioni sul tema.
In America viene esplorato soprattutto il lato sociale, la continua tendenza ad accumulare mestieri di ogni sorta. In piena tradizione stelle e strisce, Paperino incarna il piccolo lavoratore (postino, lattaio, operaio, uomo di fatica, ma anche giornalista o bislacco inventore) alle prese con tutti i disastri che il mondo dell’impiego può offrire, in una sorta di equilibrio fra fallimento ridicolo ed eroismo working class.
Nella grandissima tradizione italiana (inaugurata soprattutto da Rodolfo Cimino, Nino Russo e Romano Scarpa), Paperino è invece più scansafatiche e poco predisposto al riscatto sociale. Le sue storie sono più che altro indotte da altri: sfide immancabilmente perse con il cugino Gastone, stravaganti avventure cui è costretto da zio Paperone, duelli famigliari con Qui Quo e Qua. Ma è in questa linea narrativa — ineguagliata in ogni altro paese del mondo — che si inseriscono anche temi di trasformismo del tutto inaspettati: come la metamorfosi in supereroe (il celebre Paperinik, estremizzato in maniera quasi milleriana nella serie tutta italiana PK, che ebbe grande successo nella seconda metà degli ’90) o l’esplorazione della sua infanzia (le serie, relativamente recenti, dedicate a “Paperino Paperotto”).
Insomma: l’imprevedibile flessibilità di Paperino l’ha portato, a ottant’anni dalla nascita, ad arricchirsi sempre di nuova linfa. È stato reinventato da un’intera schiera di fumettisti, e continua a essere un banco di prova ideale per le nuove leve. Avrebbe potuto scomparire. E invece è rimasto. Arrivati a questo punto, ci si può anche domandare perché.

In realtà la questione ha qualcosa di ozioso. La permanenza di un personaggio è avvolta nel mistero e dipende da fattori che non è mai facile mappare: ai suoi esordi, Batman era solo un uomo vestito da pipistrello: con il tempo si trasforma e arricchisce, fino a conoscere una dimensione tragica nelle mani di Alan Moore e Frank Miller. Allo stesso modo, prima di Gottfredson e Barks, Paperino non aveva un grande spessore: senza un genio a disposizione, anche il personaggio più straordinario rischia di rimanere nell’ombra.
Eppure la mano del singolo non basta. Si è detto allora che Paperino ha affascinato quattro generazioni perché è l’eterno secondo. Il perdente proletario, il nevrotico antieroe: tutto vero, certo. Oppure, si può dire che Paperino, tolti i panni della finzione, rimane un individuo infantile, inconcludente, con tre nipoti a carico. Una figura piuttosto meschina, che però trova proprio in questa normalità la forza di alcuni riscatti autentici.
Ma in fondo anche questo è abbastanza ozioso, specie per un lettore di fumetti — e io sono un lettore di fumetti molto appassionato. Ottant’anni sono una bella età, e Paperino ha dimostrato di resistervi alla grande e nonostante tutte le sfortune cui è stato sottoposto: e io credo che la ragione principale sia dopotutto molto semplice. E cioè: le storie di Paperino sono belle e divertenti. Al di là di ogni psicologia e al di là di tutta la semiotica pop, grazie all’abilità di alcuni scrittori di talento, Paperino ha dimostrato di essere innanzitutto buona narrativa. E la buona narrativa seppellisce sempre i propri becchini.

(L’immagine è tratta dalla scheda di Wikipedia di Paperino.)