Ritratto di Hoda Katebi, fashion blogger e anticapitalista

– You don’t sound like an American…
– That’s because I’ve read!

È con queste parole, pronunciate durante un’intervista alla placida emittente di Chicago WGN-TV, che Hoda Katebi diventa virale, quindi famosa.

Hoda Katebi è una fashion blogger statunitense di origine iraniana e si trova in studio per parlare del suo blog, JooJoo Azad, e dei suoi progetti. Che cosa pensiamo in automatico quando sentiamo le parole fashion blogger? Vestiti e sponsorizzazioni, certo, ma soprattutto sovraesposizione del nulla e superficialità. Nel nostro immaginario, e forse non senza ragione, le fashion blogger sono la cristallizzazione della vacuità, involucri vuoti che ci stupiscono quando esibiscono uno sprazzo di personalità. A basarsi su quello che pubblicano, paiono vivere per vestirsi e fotografarsi e tutto ciò che sembrano trarre dalle loro esperienze è un catalogo stantio di superlativi o un’indecifrabile sequenza di emoji come se non sapessero far altro che pattinare, sorridenti e impeccabili, sulla frivolezza. Quasi non le consideriamo persone, piuttosto degli avatar o dei modellini di carta. Figurarsi se sanno in che mondo vivono, figurarsi soprattutto se gliene importa qualcosa.

Per questo il conduttore di Morning News, trovandosi davanti una ragazzina col capo velato che si occupa di vestiti, ha forse creduto di poter fare gol a porta vuota chiedendole a bruciapelo un’opinione sul programma nucleare iraniano. E invece gli è arrivata in faccia una risposta breve eppure ben argomentata sull’imperialismo a stelle e strisce, sull’eredità del colonialismo e sulle responsabilità occidentali circa la situazione in Medioriente. Parole che difficilmente si sentono nei programmi televisivi statunitensi, tanto che la prima reazione dell’altra conduttrice è stata dubitare dell’americanità di Hoda. Hoda doesn’t sound like an American perché in pochi secondi ha dimostrato di dubitare dell’infallibilità del proprio paese, di rigettare l’idea che tutte le nazioni siano uguali ma alcune (una) sia più uguale delle altre e di negare il dogma domestico secondo cui gli Stati Uniti avrebbero il diritto e il dovere di intervenire militarmente per risolvere conflitti o per scongiurare minacce a qualunque latitudine e longitudine, per poi andarsene lasciando il caos. Non solo: Hoda doesn’t sound like an American perché rifiuta di rispondere delle azioni e delle politiche dell’Iran in sola virtù della sua discendenza e della sua religione, in opposizione a un discorso pubblico (statunitense ma più in generale occidentale) che porta sul banco degli imputati ogni musulmano e musulmana per tutto ciò che avviene nei paesi (o a opera di persone) di fede islamica.

Tutto questo sarebbe poco più della notizia curiosa del giorno, per quanto indicatrice di meccanismi che sono ormai acquisiti e scontati, se spulciare il blog di Hoda non ci rivelasse una donna che sta provando a fare la differenza. La peculiarità del fashion blogging di Hoda si annuncia nella sezione about, secondo cui JooJoo Azad è un blog radicale, anticapitalista, femminista, intersezionale, body-positive che mira a distruggere la stereotipata rappresentazione occidentale della donna musulmana e afferma la necessità che questa donna reclami uno spazio e venga ascoltata mentre si rappresenta da sé. Essere affascinata dalla moda ma al contempo anticapitalista è una contraddizione soltanto apparente, perché JooJoo Azad tratta la moda come arte e come possibilità di esprimersi anziché come pretesto per accumulare capi e accessori seguendo le tendenze stagionali. Per questo, promuove l’idea di un guardaroba formato da pochi pezzi da indossare più volte oltre che il supporto a marchi che lavorino in modo etico, senza lasciare un’impronta distruttiva sul pianeta o sulle vite dei lavoratori e delle lavoratrici. Ecco quindi che JooJoo Azad fornisce, senza dubbio contro ogni suo interesse, una lista di aziende da boicottare, dove si possono trovare tutte le catene da cui le altre fashion blogger accettano regali. Hoda Katebi sta contemporaneamente affermando la sua identità di donna musulmana (su cui non mi dilungo, perché è giusto leggere le sue stesse parole anziché un mio riassunto) e cercando di condividere con il suo pubblico un concetto di moda che non inizia e finisce con la gioia di acquistare un abito e indossarlo, ma si preoccupa di tutto ciò che circonda quell’abito e del suo vero costo, costo che va ben oltre il prezzo di cartellino.

A proposito di condivisione, dopo l’ormai celebre rivendicazione televisiva (that’s because I’ve read!), Hoda ha ricevuto molte domande circa le sue letture. E allora le è venuto in mente di fondare un club del libro radicale, con tanto di hashtag dedicato, per radunare lettori e lettrici di tutto il mondo attorno a un testo diverso ogni mese. Se la conoscenza è potere, Hoda vuole far sì che l’una e l’altro siano alla portata del maggior numero di persone possibile e dunque ha messo in piedi una raccolta fondi lampo — fondi che userà per spedire copie dei libri a chi non avesse le possibilità economiche di acquistarli. Va da sé che i testi proposti saranno firmati da persone generalmente escluse o raccontate in modo tendenzioso dai governi o dai media mainstream (la prima? Assata Shakur), nella speranza di poter abbattere qualche pregiudizio sotterrando il seme del dubbio verso le informazioni calate dall’alto e accendendo la curiosità di metterle in discussione.

C’è modo e modo di usare la propria influenza virtuale, e chi si mette su internet per acquistare fama spesso ne sceglie di discutibili. Hoda ha deciso di parlare di moda ma ne rifiuta diversi miti: la magrezza, la vita breve dei capi, la necessità di seguire ogni tendenza, l’incompatibilità tra la cura di sé e la voglia di comprendere gli altri e il mondo. Anzi, parla di moda proprio perché la presenza di questi miti chiama con urgenza un discorso e un cammino alternativi che possono anche a un certo punto distaccarsi dagli armadi e atterrare in libreria, o magari in una cooperativa che dia un lavoro e un’indipendenza economica alle donne migranti. Un’attività online che presentava l’altissimo rischio di essere soltanto uno specchio o un palcoscenico è stata per Hoda l’occasione per protendersi verso il mondo, e per contribuire a cambiarlo un pochino. Tra i molti pregiudizi che cerca di abbattere, con quello della fashion blogger ci è davvero riuscita.

[tutte le immagini sono prese dal sito di Hoda Katebi.]