Esempio di simulazione in una settimana di Giugno

Pensateci: viviamo in un mondo dove ci sono avvertenze sulle bottiglie di candeggina, in pratica dicono alle persone che non bisogna berla.
Ricky Gervais

Dovunque mi fossi trovata, / sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o a Bangkok, / sarei stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia aria mefitica.
Sylvia Plath

Simulazione. Siete in una stanza, la corsia di un supermercato, la sala d’attesa di uno studio medico, o magari in ufficio. La persona accanto a voi si sente poco bene, sviene o vi dice che ha mal di testa. Invece che impedirle di sbattere la testa mentre scivola dalla sedia oppure offrirle un’aspirina, la insultate. Le dite che dovrebbe vergognarsi di svenire oppure telefonate ai suoi genitori, al marito, alla moglie, alla sorella per dirgli che è colpa loro e che fanno schifo se è svenuta, o ha mal di testa. Le dite che avete l’aspirina in tasca ma non gliela date perché poco fa vi ha sorriso e se sorride vuol dire che sta bene, altrimenti è una di quelle persone orrende che finge sempre; e non ci si può fidare di chi finge sempre, soprattutto il bene. In questo tipo di simulazione c’è un soggetto (A) che nega e pretende di sapere e un altro (B) che svenendo o, conservando il mal di testa, viene insultato.

Oltre lo specchio. Sono stata depressa. L’unica frase completa che ho pronunciato durante la prima seduta di terapia è stata: se non venivo qui mi buttavo da una finestra. Non uscivo. Non telefonavo. A volte me ne stavo sul divano stringendomi le ginocchia al petto. Mi chiudevo nel bagno per le smorfie soffocate, ho imparato a piangere muto. Mi ammalavo ogni giorno della settimana. Il mondo finiva sempre prima delle undici del mattino e non dormivo mai prima delle quattro. Non capivo cosa succedeva, non avevo nessuna idea di cosa fare. I contatti sociali erano difficilissimi, cercavo di ridurre i tempi al massimo delle possibilità e far parlare chi avevo di fronte — perché se fai sentire gli altri protagonisti può darsi non si accorgano di niente, funziona a meraviglia; in certi casi fingere è salvarsi. Poi non sono riuscita più da sola. E non ero sola. Avevo persone intorno a me, ma loro finivano dove iniziavo io perciò a un certo punto la connessione ha un confine. Una mattina ho preso l’elenco del telefono e ho cercato un salvagente. Mi ha risposto una donna, ho detto: vi prego aiutatemi. Mi hanno dato un appuntamento. Ho pianto per tutto il tempo. Non sapevo nemmeno che fosse possibile produrre tutte quelle lacrime, fisicamente parlando. Ho detto il mio nome? Forse. Mi ricordo solo la frase completa. Ma non mi considero una vigliacca per averla detta, e nessuno dovrebbe. Perché non è la mancanza di coraggio per restare, è la tentazione di porre fine a un incubo per cui non si vede una conclusione. Fine corsa mai come una notte eterna, la sindrome di Prometeo. Non si può desiderare nessuna cosa in eterno, pensateci, non quelle belle, figurarsi le orrende. E non si può giudicare da fuori, a mente fredda, sorseggiando caffè: non per altro, è che proprio non è possibile farlo. La sofferenza mentale, la presenza orrenda, qualcosa di cui spesso ci si vergogna. Ci si scorda la bellezza, la sua esistenza. Certe giornate sono il Terrore senza pause, ventiquattro ore no stop. Fare la spesa diventava la conquista della Luna: e se fossi morta al supermercato in mezzo a tutti quegli sconosciuti e davanti alla cassiera che il marito avrebbe portato a New York quell’estate? Metà della giornata mi chiedevo: Gesù, e se muoio? e l’altra metà: Gesù, e se non muoio? Potrò mai trascorrere tutta la mia vita così, con tutti questi mostri assidui e pieni di energia a tormentarmi? Con la testa che si sveglia già esplosa, riuscendo a stento a uscire dal letto? A restare in apnea, rigida come un pilastro di cemento, se qualcuno anche solo mi cammina a un chilometro di distanza? A dover raccogliere qualsiasi microsopico puntino di energia per interagire anche solo pochi secondi? Succede anche quando si lavora. Quando si hanno dei figli. Mentre facciamo le cose di sempre, è lì dentro di noi. Sorridere è meno faticoso che spiegare. Sorridere protegge. Perché la vita va avanti indipendentemente da noi, ci sono delle cose da fare per forza. Il corpo invecchia come gli altri giorni e vuole vivere. Si può avere un attacco d’ansia e sorridere contemporaneamente, si può, davvero. Si può sorridere e pensare alla morte, anche. È solo allenamento, dico sul serio.

Corollario. L’istinto aggressivo dell’umanità evolve nella forma ma non nella sostanza. Non sono una scienziata ma mi pare di aver dedotto questo.

Esempio di simulazione in una settimana di Giugno. In una settimana di Giugno, tra tutte le persone che si tolgono la vita nel mondo quotidianamente, tre sono molto note al pubblico: due donne e un uomo. La notizia viene diffusa sui social media. L’ultimo in ordine cronologico è l’uomo (B), e quello che è successo dopo è un po’ uno schifo. Vi ha sorriso entrandovi in casa dalla televisione? Non significa niente. Compare sui giornali, scrive libri, fa cose? Non significa niente. Si è tolto la vita. È dispiaciuto a molti, che hanno deciso di condividere questo sentimento in modo personale attraverso i propri profili. Fin qui non molto da dire. Tra questi, però, abbiamo la fazione punitiva (A): tutti quegli individui che hanno completato diagnosi psichiatriche, espresso sdegno e offese personali alla moralità dell’uomo in questione e che hanno indirizzato, infine, alle persone più colpite e addolorate dai fatti, insulti di ogni grado e tipo. Commenti come, cito a memoria, “le tue mani sono sporche del suo sangue”, indirizzati direttamente alla compagna (che lo sia o meno, non fa alcuna differenza).

Simulazione. La persona che amate si toglie la vita, qualcuno vi suona al campanello per dirvi che è colpa vostra. Senza sapere di voi e della vostra storia niente. Non si fa. Ma non solo perché da bambini vi hanno insegnato che non si dice che schifo, non si fa perché è una cosa assurda.

Esempio di simulazione in una settimana di Giugno. Il mio premio di fronte a tanta superficialità è stato un sentimento: rabbia. Per curiosità sono andata avanti. Il primo istinto, come hanno fatto altri, è stato quello di rispondere. Per lo sdegno, per la protezione del dolore delle persone coinvolte, per buonsenso. Non ho risposto, mi sono chiesta invece cosa possano nascondere commenti tanto violenti. Senso di colpa? Bisogni narcisistici? Fame di palco? Sicuramente rabbia. E aggressività. Avrei voluto scrivere “Mi dispiace che tu soffra al punto da esternare un commento del genere. Che cosa ti hanno fatto?”, ma ho desistito anche a questo secondo livello. Leggendo gli insulti agli insulti mi sono figurata un circolo vizioso. Adesso direte: sì d’accordo, ma se la poni così non se ne esce più. Infatti: il frattale della lesa maestà, le competenze dello sparo al cuore in gara, perché è chiaro che qui abbiamo una parte dei buoni e una dei cattivi, non la vedi?

Allo specchio. Le persone insultate, anche nella loro configurazione di personaggi pubblici, a questo punto della storia non so bene cosa rappresentino. Forse ci specchiano? Ci risvegliano frustrazioni, invidia, drammi irrisolti, li pensiamo creati e pagati per darci il gusto di poterli infamare? Ma dove porta tutto questo? Certo, magari Tizio si è meritato questo tipo di risposta, forse Tizio è un/una provocatore/trice che vuole proprio ottenere questo risultato. E dunque? Lo facciamo vincere così? A chi importa alimentare una cosa del genere? Alla persona con il cuore spezzato per cui la faccenda non è nemmeno nella lista delle cose da prendere in considerazione? Ai paladini che in sua vece immaginano di zittire il provocatore di turno? Forse a certi giornali, che considerano condivisioni di questo genere addirittura delle notizie, senza nemmeno uno straccio di analisi di contorno (quante occasioni mancate alle volte). Potrebbe continuare all’infinito. Non voglio dire con ciò che ci serve un bagno di santità per entrare in empatia con chi offende ad ogni costo; al contempo non voglio nemmeno erigere a unico pedagogico corretto atteggiamento l’ignorare completamente il soggetto (roba che comunque insegnano in terza elementare). Ormai abbiamo ampiamente testato che per la razza umana la responsabilità non può essere una pretesa, ma in effetti è un peccato non avere a disposizione un pannolone per questi incontinenti del verbo assoluto. Che narrazione terribile. Il peso che i social regalano alle poltrone, al nostro culo e al nostro cervello ci sembra potere del tipo assoluto, ma non lo è. È una zona franca, non confondiamoci. Abbiamo opionioni su ogni argomento, i social ci hanno laureato tutti, l’equivalente di una partita a Trivial Pursuit infinita. Sono come il bar in piazza, con la differenza che qualsiasi discussione, per quanto violenta, finiva lì, fra quattro mura. Adesso invece lì resta, sul muro. Chi si becca questa spazzatura non ha nemmeno più la possibilità di non venirlo a sapere, riceve tutto e subito al proprio indirizzo virtuale. Lo so, fa parte di bla bla. Ma no! È come quando ci dicono che lo stupro è consenziente perché andiamo in giro con la minigonna. L’esercito dei pistoleri da tastiera è senza faccia, mentre chi compare sullo schermo è solo faccia. E a questo punto non si possono immaginate mentre si impiccano, perché sorridono nelle foto e sono belli, ricchi e famosi perciò non hanno sentimenti, non fanno fatica, non amano, altrimenti, cito sempre a memoria, “lasciano colpevolmente una figlia sulla terra da sola perché sono dei vigliacchi”.

Aggressività. Questo fanno i social media, anche: spostano l’orizzonte, ci rendono il messaggio, noi e le nostre proiezioni senza schermo; e senza rendercene conto diventiamo i veicoli delle stesse cose che aborriamo, siamo il megafono delle nostre scorie. Non libertà di espressione ma libertà di aggressione, desiderio di prevaricazione, distruttività. Torniamo all’istinto aggressivo. L’approfondimento mi è parso l’equazione di una sconfitta. Da più parti hanno subito tenuto a sottolineare che la percentuale malevola era comunque in minoranza rispetto all’altra. Che consolazione, no? Molti, invece, soprattutto all’estero, hanno cominciato a diffondere i recapiti per chiedere aiuto in caso di bisogno. L’ho trovata di gran lunga una delle cose migliori da fare. È possibile trovare un modo costruttivo (l’impunità magari pensiamoci su lo stesso, eh) per prendere la faccenda come un monito, usarla per piantarci dei fiori. Concentrarsi per un attimo non su tutto quello che sappiamo e dobbiamo vomitare per forza — e che finisce per non avere quasi mai niente a che fare con il discorso di partenza –, ma cercare di capire di cosa stiamo parlando veramente, centrare il tema, quello che vogliamo dire, e fare ogni tanto contenta anche l’evoluzione. Allora ho cercato su Google un numero gratuito, nazionale, disponibile ventiquattro ore su ventiquattro per chi ha bisogno di aiuto per depressione. Non esiste. 1

Simulazione con finale alternativo (e ottimismo evolutivo). Siete in una stanza, la corsia di un supermercato, la sala d’attesa dello studio medico, o magari in ufficio. La persona accanto a voi si sente poco bene, sviene o vi dice che ha mal di testa. Le impedite di sbattere la testa mentre scivola dalla sedia oppure le offrite un’aspirina. Le chiedete come si sente, esprimete solidarietà. Non telefonate ai suoi genitori, al marito, alla moglie, alla sorella per dirgli che è colpa loro e che fanno schifo se è svenuta o ha mal di testa perché vi sembra una cosa assurda. Potreste anche esserci voi al suo posto. In questo tipo di simulazione c’è un soggetto (A) che pensa che un altro (B) non si senta bene. Il soggetto (A) e il soggetto (B) sono passibili di inversione delle parti. (B) ha chiesto aiuto, (A) ha prestato soccorso; entrambi hanno fatto contenta l’evoluzione.


L'immagine in apertura è tratta da qui.

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